GIORGIO ORTONA

Antologia critica

Simone Scaloni
Diwali
settembre, 2015


Giorgio Ortona nasce nel 1960 in Libia, a Tripoli. Dopo essersi laureato in architettura a Roma, città nella quale vive e lavora, diventa un pittore figurativo e va a mettere a punto tecnica e stile in Spagna, presso l’Università di Ca- dice, sotto l’autorevole direzione di Antonio Lopez Garcia. Ortona è prima di tutto un pittore della luce. O meglio, di- pinge l’eccesso di luce e i suoi effetti sul paesaggio e gli individui che lo popolano. Non appena capiti di trovarsi di fronte a una sua opera, la prima impressione che se ne ricava è appunto quella di un biancore abbagliante, di un eccesso di luminosità quale conseguenza, si direbbe, di una sovraesposizione ai raggi solari. Da questo cando- re accecante, come se fuoriuscissero dal cuore incande- scente di una fiamma ossidrica, o se fossero le ultime im- magini incamerate dalla retina un attimo prima di perdere i sensi per una forte insolazione, poco alla volta emergono in superficie le figure. Binari morti e segmenti di rotaie, sopraelevate e incro- ci stradali, palazzi di quartieri-dormitorio in costruzione, interni spogli di appartamenti, corpi seminudi di uomini e donne che ci interrogano attoniti. Chi siamo? Perché siamo lì? Cosa siamo venuti a fare? Cosa vogliamo da loro? Siamo lì per disturbare? Ecco alcune delle domande che queste presenze spaesate e disarmate, a tratti ai limiti dell’evanescenza, sembrano rivolgerci. Subito ci rendia- mo conto di essere entrati in contatto con un ambiente marcatamente popolare, un luogo in cui vive il cosiddetto proletariato urbano (per usare una terminologia sociolo- gica di qualche decennio fa e forse oggi caduta in disuso ma che, ciononostante, rende ancora con chiarezza l’idea della categoria sociale alla quale facciamo riferimento in queste righe). Ci accorgiamo, insomma, di essere arrivati in periferia. Ma periferia è un termine generico, intrinsecamente ambi- guo e usato spesso in modo improprio. Qui si tratta piut- tosto di nuove isole suburbane, avulse da tutto ciò che sta loro intorno. Non-luoghi autoreferenziali che in qualche modo, nonostante le difficoltà del quotidiano e l’endemica iniquità sociale, sono riusciti a trovare in se stessi il pro- prio centro, il motivo per andare avanti e l’intima ragione di esistere. Come villaggi autonomi ai margini delle città, le nuove isole stilano il loro sistema di valori (invisibile ma riconosciuto), i loro codici e la carta dei diritti, pregano i loro santi e tifano i loro eroi. Restano fedeli a liturgie e ri- tuali di vita che la comunità nel suo insieme ha impiegato tempo e fatica a definire, e che adesso tutela e difende ad oltranza. Isola è quindi la parola giusta. E isolamento la parola-chiave per comprendere appieno le opere di Gior- gio Ortona. Nuove isole di ferro e cemento appena nate o che stanno per nascere da un giorno all’altro. Sebbene siano ancora infestate da gru, camion e cantieri, già presentano tut- ti i segni caratteristici della loro categoria. Sono remote, sperdute e sempre sul punto di svanire senza lasciare trac- cia, vorremmo dire, nonostante sia poco tempo che sono venute su. Non a caso Ortona le approccia partendo da lontano, dalla campagna incolta che le circonda e le se- para dalla città vera e propria. Poi, come in una sequenza cinematografica neorealista, si avvicina lentamente. E in silenzio, discreto e forse un po’ circospetto, penetra infi- ne al loro interno per conoscerne i segreti. Proprio come farebbe un gatto randagio che inceda cauto fra sacchi e calcinacci alla ricerca di una cucina e di qualcosa da met- tere sotto i denti. Ed ecco che senza accorgercene abbiamo appena tratteg- giato i lineamenti dell’artista. Notturno e silenzioso come un felino, immobile e concentrato, ci osserva con atten- zione e ci studia dall’interno austero del suo ambiente di lavoro. È bianco sul fondo nero delle imposte chiuse. Vuole tenere fuori la notte nera di periferia, o più semplicemente è giorno e cerca riparo dal sole cocente di mezza estate? Ci fa pensare a un donchisciottesco hidalgo contempora- neo, o a un’insolita miscela fra un uomo comune dedito al suo lavoro e un misterioso Rockabilly metropolitano dalla vita elettrica e imprevedibile. In un’altra immagine, infatti, lo vediamo nero in controluce su fondo bianco. Una dop- pia anima, dunque. Pulp e ordinaria, diurna e notturna, bianca e nera. La stanza in cui lo troviamo seduto è la stessa nella quale si muoveranno i soggetti dei suoi dipinti. Una stanza come centro di lavoro e centro del mondo. Una stanza-studio di registrazione e una stanza-laboratorio. Giorgio Ortona e i suoi personaggi si trovano dunque in una straniante con- dizione di sovrapposizione fra Arte e Realtà. Abitano lo stesso spazio, lo stesso ambiente di vita, come accade nelle opere del pittore olandese seicentesco Jan Verme- er. Una stanza vuota e disadorna, che tuttavia preserva la funzione fondamentale di separare l’interno dall’ester- no. Un esterno dal quale sia l’autore che i suoi personag- gi sembrano volersi proteggere. Un fuori percepito come estraneo e inospitale. Precario, difficile e potenzialmente violento, nel quale il pericolo più comune e sempre in ag- guato è quello di mancare a se stessi. In effetti queste figure sembrano essere sempre sul punto di smarrirsi, di perdere definitivamente la propria identità e il proprio ruolo all’interno della società. Immerse in un liquido amniotico che le avviluppa e le paralizza, imprigio- nate all’interno di un prisma di cristallo fatto di afa e calore, esse vengono colpite dalla luce inclemente di un rovente sole romano di metà luglio e, in una simbolica dissociazio- ne identitaria, si rifrangono otticamente. Diventano, cioè, il bersaglio umano di un fenomeno fisico che prende il nome di rifrazione ottica e dispersione luminosa. Alternati- ve sceniche a questo interno d’appartamento sono le sue immediate vicinanze. Un locale di servizio, un muro del cortile sottostante al quale gli operai hanno appoggiato i sacchi della calce e gli attrezzi da lavoro, un balcone con la sua ringhiera, un terrazzo affacciato sul nulla.
Ma di questo nulla fatto di capannoni abbandonati, cam- pi assolati e sterpaglie bruciate sappiamo già qualcosa. In realtà lo conosciamo bene, ci è familiare. Senza troppi sforzi di memoria le note che ci sembra di sentir uscire dalla finestra aperta di uno di questi palazzi sono quelle di Adriano Celentano che nel 1966 raccontava la storia del Ragazzo della Via Gluck. O di Eros Ramazzotti che esat- tamente vent’anni dopo, nel 1986, cantava i suoi Nuovi Eroi abitanti ai margini delle periferie, dove anche i tram terminavano la loro corsa. Ora che siamo alle soglie del 2016 e altri trent’anni sono passati, Giorgio Ortona ci par- la attraverso la pittura di un fenomeno sociale che crede- vamo di esserci lasciato alle spalle e che invece vediamo nuovamente ripetersi sotto i nostri occhi. E lo fa per mez- zo di immagini ruvide e corrosive, caratterizzate da ac- cordi cromatici volutamente acidi e stridenti. È questo lo stile più adatto alla rappresentazione dell’’inurbamento di nuove classi sociali all’interno del tessuto cittadino pree- sistente, e della loro lotta quotidiana per la sopravvivenza e l’integrazione.
Ascrivere i lavori di questo autore alla corrente artistica genericamente denominata Realismo, non è operazione ovvia come possa sembrare a un primo sguardo. Infatti il cosiddetto Realismo è per sua natura una corrente am- bigua e sfuggente, oltremodo estesa sia da un punto di vista geografico che temporale, e dunque difficile da defi- nire. Usare questo termine può non voler dire niente, tanto ineffabile è l’essenza stessa della sua natura. Non di rado sfocia naturalmente in una delle sue varie e ormai storiciz- zate declinazioni di genere, quali: Naturalismo, Verismo e Accademismo, Surrealismo e Metafisica, Realismo Magi- co e Realismo Esistenziale, Iperrealismo e Fotorealismo, Neorealismo e Realismo Socialista. Forse quest’ultima è la variante più accettabile e più vicina allo stile dell’Ortona per il quale, in verità, verrebbe voglia di ricorrere a defini- zioni sperimentali e trasversali come ad esempio, per ci- tarne alcune che potrebbero fare al caso nostro: Realismo Onirico o Realismo Informale, Realismo Sociale o Reali- smo Pulp. Lo stile di Giorgio Ortona si distingue per un’evidente com- ponente aspra, elettrica e graffiante, in certi frammenti ai limiti con la pittura astratta e informale. I colori sono acce- si, a volte acidi, il bianco incandescente e assoluto come la luce meridiana dell’estate mediterranea. Il nero, in alcu- ni casi prepotentemente fatto avanzare in primo piano, è il nero senza fondo del nulla e della disperazione che non conosce conforto. Una pittura, dunque, costruita su con- trasti fotocromatici e fatta di gesti carichi di energia, ag- gressivi, all’occasione persino impietosi e arrabbiati. Infine, Ortona non indulge mai alle lusinghe del Bello come categoria estetica edificante e selettiva, né a istanze pu- ramente pittoriche dell’Arte per l’Arte. Non ambisce a mostrare niente di più di quello che mostra perché sa, per esperienza e per istinto, che la Verità della condizione umana non chiede mai di essere filtrata. Né la Realtà ha bisogno di essere alterata o abbellita per rivelare la sua ragione d’essere più autentica e profonda, o per graffiare come farebbe un gatto randagio che si allontani guardin- go sui ponteggi di un cantiere romano.

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